PERCHE' SI CHIAMA MAKALLE' ?

Dall'Africa alle rive del Sile



Quando Piero Dotto detto Biséto tornò dall’Africa (dove nel 1895-96 era rimasto assediato nel forte Makallè), decise di metter su un’osteria lungo la Restera, vicino al punto in cui le barche sostavano per il carico-scarico...

Piero costruì l’edificio con le sue mani.

In breve l’osteria dell’intraprendente Piero Biséto ebbe un grande successo, anche perché posta in posizione strategica, proprio alle spalle del sempre più frequentato porto.

Facchini, barcari e carioti vi erano di casa, e l’osteria divenne così importante che in tutta la zona, oltre che nel linguaggio di ogni giorno, fu chiamata Al Makallè anche nei documenti ufficiali.

E così il nome dello sperduto villaggio dell’altopiano etiopico, dopo essere entrato nelle pagine della storia “grande” che si legge(va) nei libri di scuola, entrò anche in quelle della storia “minore” del nostro villaggio sul Sile.


"Sile. Alla scoperta del fiume: Immagini, storia, itinerari"

di Camillo Pavan


Il prato Fiera e il porto del Sile


Il quartiere trevigiano che per secoli ha legato la sua vita al Sile è Fiera. Il nome gli deriva dalla fiera autunnale (foto) che, dal II secolo dopo il Mille, ogni anno si teneva nell'ansa che il fiume disegnava in uscita da Treviso. Lì arrivavano i raccolti dei campi della Marca, per ripartire in barca alla volta di Venezia; lì le imbarcazioni trovavano ricovero e riparazione.

Il borgo di Fiera cominciò a svilupparsi così, sostenuto dall'indotto dell'attività portuale. Fiera era un luogo di frontiera: fuori dalle mura, visibilmente separato dalla città anche dalla spianata difensiva voluta attorno a Treviso da Fra Giocondo nel Cinquecento, non era un quartiere urbano, ma neppure un paese di campagna, era un luogo particolare i cui abitanti erano un po' indisciplinati: il Sile rappresentava una formidabile arteria di comunicazione, che attraversava la campagna trevigiana veicolando merci, persone e idee; i barcari viaggiavano e conoscevano altri mondi e tutto ciò non poteva che turbare la quiete cittadina.

Il fiume aveva fatto crescere lungo le sue rive e i suoi più modesti affluenti locali un reticolato di opifici artigianali, che sfruttavano la sua insuperabile energia a basso prezzo. Su quell'intreccio di canali e manifatture s'innesterà, da metà Ottocento, lo sviluppo industriale del quartiere, giovandosi della facilità del trasporto fluviale.

All'inizio del XX secolo, 19 stabilimenti industriali trevigiani si servivano dell'area portuale di Fiera, che si articolava nei quattro scali principali: di porto Makallè, della Rotta, del Cristo e della Gobba. Il tratto di fiume che attraversava il quartiere era punteggiato da molti altri scali privati.

Dietro gli scali stava spesso un'osteria, luogo d'attesa e di svago per gli operai e i facchini del porto; la più celebre era quella del Makallè.

Le famiglie contadine che non ce la facevano più a vivere del solo lavoro dei campi e bussavano alle porte della città in cerca di fortuna, transitavano per Fiera, dove potevano sperare di trovar lavoro. Il sobborgo nel primo ventennio del secolo quasi raddoppia la popolazione registrando il più alto tasso d'immigrazione di tutto il comune di Treviso.

Il fiume, il porto, le fabbriche, le osterie, la mobilità, tutto congiurava perché il quartiere conoscesse un'evoluzione politica a sua volta eterodossa. A partire dagli ultimi anni del secolo XX a Fiera mette radici il Partito Socialista. L'incontro tra i due mondi del fiume e della città accende le osterie del porto nelle quali tra una discussione, una rissa e un bicchiere di vino, nascono le prime forme di solidarietà operaia, come testimoniano le pagine del "Lavoratore" d'inizio Novecento nella rubrica "Sottoscrizione permanente a favore del Lavoratore".

Nel 1900 operai del mulino Mandelli, formano una società e raccolgono mensilmente la quota con cui costruire una loro cooperativa. Quattro anni dopo, la società operaia ha una sede vera e propria che diventa la prima "casa del popolo" della provincia.